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emuse incontra Lorenzo Zoppolato

emuse incontra Lorenzo Zoppolato

Con Lorenzo Zoppolato siamo alla seconda collaborazione: durante la pandemia ha partecipato al progetto collettivo Suite n° 5 con il lavoro A distanza di tempo. Un anno più tardi, anche grazie al premio Werther Colonna in collaborazione con Savignano Immagini Festival, gli è stato possibile portare a compimento un progetto molto importante e pubblicare una sua opera monografica Le immagini di Morel.

Lorenzo, una costante della tua ricerca fotografica è, in qualche modo, l’ossessione per il tempo: la relazione tra presente passato e futuro; la realtà osservata, trasformata e resa indelebile dalla lente del tempo; la possibilità di dare diversa sostanza al passare del tempo grazie all’intervento, esterno ma partecipe, dell’artista, nel tuo caso del fotografo. Quale è l’origine di questa tua indagine?
L’origine di questa ossessione nasce da una certezza: la trama di cui sono composti il tempo e la realtà in cui siamo immersi non è una costante granitica. La fotografia è lo strumento principe per indagare non solo la realtà, ma come su di essa il tempo si manifesta.
Facciamo esperienza del tempo ogni giorno e, come è ovvio, per stare al mondo lo accettiamo come una linea costante. Lo misuro io stesso come tutti noi nella speranza, per esempio, di non consegnarti queste righe troppo in ritardo.
Tuttavia di tanto in tanto nella realtà davanti a noi si presentano delle crepe: le fotografie che mi interessano stanno lì in mezzo. Se si è abbastanza attenti nel riconoscerle, il tempo vi si mostra per ciò che è in realtà: un grande specchio rotto in cui guarda se stesso in un’eco infinita.
Faccio una fotografia perché riconosco, grazie al passato, qualcosa nel presente. Un instante dopo, quando la fotografia è fatta, la consegno al futuro permettendole così di diventare futura memoria per chi la guarderà riscrivendo probabilmente il senso del passato grazie a ciò che essa significa.
Dove stanno il prima e il dopo? Per me è tutto un unico riflesso.
Ma fare una “buona” fotografia non significa raccontare storie. Significa solo riconoscere che nella realtà si manifestano di tanto in tanto crepe e cortocircuiti.
Si comincia a raccontare quando due o più fotografie (per dirla con le parole di un mio maestro) “si incontrano e non si lasciano più”. Qui sta l’intervento del fotografo a cui tu fai riferimento nella domanda. Questo espediente è strettamente letterario: quello che si mette in atto è quello che io chiamo “Arte della relazione”: ovvero l’editing.
Mettendo insieme diverse fotografie e “facendo in modo che non si lascino più” posso metter insieme tempi diversi, farli dialogare e indagare i misteri del tempo e della realtà.
Si possono dunque raccontare storie che possono affrontare ossessioni e temi a-temporali: le morti, gli amori, l’apparente caso che sembra governarci. II tempo è un’ossessione perché è l’unico a insegnarmi qualcosa sul morire vivendo.
 
Le immagini di Morel è ambientato in Patagonia. In qualche modo sembra essere un paesaggio immateriale che ben si sposa con un’ipotesi di immortalità che i tuoi progetti accarezzano. Avresti potuto ambientare un progetto fotografico come questo in un paesaggio diverso, oppure l’ambiente, le persone incontrate e il loro relazionarsi a te sono stati l’ispirazione che ti ha portato a sviluppare questo progetto? Insomma, è nato prima l’uovo o la gallina?

È curioso perché mi chiedi se sia nato prima l’uovo o la gallina. È un modo di dire che mi fa sorridere perché è comunemente usato proprio per capire quale sia la relazione con il prima e con il dopo quando si parla del tempo. Io penso che le due cose esistano e non possano prescindere una dall’altra. Punto.
La Patagonia: esiste (per me) nella misura in cui riesco a immaginarla e, avendoci viaggiato, sono riuscito a dar forma lì dentro al teatro della mia immaginazione. Se non l’avessi immaginata non esisterebbe. Com’è vero che se non esistesse come luogo geografico e fisico, avrei potuto anche immaginarla ma non avrei potuto fotografarla. Dunque, ugualmente, non esisterebbe.
Il punto non è cosa esiste: il nodo è la relazione che fa esistere le cose.
Le immagini di Morel possono esistere solo in Patagonia, esattamente come La luce necessaria è presente solo in Messico, e così via: questo discorso vale declinato per tutti i miei lavori.
La questione che più mi spaventa – e affascina allo stesso momento – è che questi luoghi non rimarranno “aperti” per sempre. A un certo punto il mio immaginario troverà casa altrove e io dovrò andare a cercarlo. A un certo punto quei luoghi cambieranno e la mia immaginazione rimarrà senza fissa dimora.
La prima fotografia in Le immagini di Morel è uno statement e un avvertimento allo stesso momento. Una porta che ci introduce tecnicamente al nulla, ci porta invece nella realtà magica della Patagonia dove ho ambientato le relazioni tra le immagini partorendo storie.
Ma quella porta in realtà esiste nella misura in cui io sono riuscito prima a immaginarla, poi a vederla e riconoscerla. Un domani potrebbe non essere più fisicamente lì. Come un domani potrebbe essere lì, ma io potrei non riconoscerla perché la mia immaginazione non dimora più in quella pianura.
Per questo bisogna scrivere, fotografare e raccontare. Il tempo non esiste ed è sospeso solo quando è vissuto. Ogni giorno che non fotografo o leggo il tempo scorre e muore. E, scorrendo, io muoio con lui.

Hai più volte dichiarato – e lo dimostri con Le immagini di Morel – che trai più ispirazione da opere letterarie che non da altri lavori fotografici e, forse, anche dalla realtà stessa. Puoi spiegarci quale è il legame tra letteratura e fotografia, la tua fotografia?
Il legame tra fotografia e letteratura è strettissimo. Il racconto fotografico trova compimento in quella che io chiamo “arte della relazione”, ovvero l’editing, che è un’operazione, come accennato, spiccatamente letteraria.
Tuttavia c’è un aspetto, ancora più importante, dal quale la fotografia può trarre ispirazione dalla letteratura: le storie sono ovunque attorno a noi.
La buona letteratura, quando fatta nostra, non ci racconta solo una storia più o meno bella. I racconti ci lasciano uno strumento invisibile che cala davanti alle nostre palpebre e ci permette di vedere la realtà con occhi diversi. Ci lascia un distillato con il quale possiamo contaminare il mondo che ci circonda. Qualunque cosa tocchiamo, qualsiasi soggetto incrociamo è contaminato con le storie che abbiamo fatto nostre. Così riconosciamo il mondo. Quando parlo di realismo magico intendo proprio questo: un insieme di distillati con i quali guardo la realtà e mi stupisco di essa ogni giorno.
Il mio libro non è una trasposizione fotografica della trama del capolavoro di Casares L’invenzione di Morel, ma un distillato di quel mondo per contaminare il mio immaginario e la Patagonia nella quale ho viaggiato
Così come il naufrago, nel capolavoro di Casares può innamorarsi di una donna esistita in un tempo differente dal suo, io posso raccontare una Patagonia dove i soggetti e i paesaggi guardano loro stessi (specchiandosi nel libro) nell’eco di un passato smarrito o di un futuro distopico. Aprendo il libro sono sullo stesso piano, si specchiano in un’eco infinita. Ragazzi e vecchi, amori e morti, paesaggi intatti e futuri distopici sono sullo stesso piano tra le pagine del libro. Siamo il riflesso di ciò che siamo stati e saremo. È la relazione a dare senso agli attimi.
Le immagini di Morel è questo: un ponte tra letteratura e fotografia, sotto vi scorrono il fiume e i destini della mia vita.

E, per finire, una curiosità tecnica. Con questo lavoro hai utilizzato un formato molto particolare: il formato panoramico. Intendi farla diventare una tua marca stilistica?
Il formato panoramico, non lo nego, è stato molto difficile da utilizzare perché ho preteso equilibrio formale da ogni singola immagine. Ma è stata una scelta radicale che rivendico per due motivi.
Il primo: l’utilizzo di questo formato mi è servito per rendere al meglio il senso di infinitezza geografica e temporale di cui ho fatto esperienza in Patagonia.
Il secondo: per restituire queste due sensazioni non solo nelle singole fotografie ma anche all’interno dell’impaginato del libro. Accostando infatti due immagini in formato panoramico (più al centro il ragazzo che tiene uniti i due specchi) l’occhio fa esperienza e un movimento di destra/sinistra e sinistra/destra.
Mi ricorda la linea del tempo che si insegnava a scuola. Con questo layout possiamo spostarci a nostro piacimento tra il “prima” e il “dopo” scoprendo che in realtà sono uno lo specchio dell’altro: ovvero una relazione. Il tempo è solo un errore di prospettiva.

 

 

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