Intervista a Enrica Fei, traduttrice di “Frutta per i corvi” di Ahmed Zein
Floriana Soranna intervista Enrica Fei, traduttrice di Frutta per i corvi dell’autore Ahmed Zein.
1. Il romanzo si colloca nello Yemen del Sud e racconta del sogno socialista di quel periodo che ha attraversato il mondo arabo. Il fatto che tu sia anche un’analista geopolitica ti ha aiutata nella comprensione del contesto?
Mi ha aiutata nella misura in cui ho studiato a lungo le interconnessioni politiche che legano contesti nazionali diversi nel mondo arabo e, a seconda dei momenti storici, anche non arabi (come, in questo caso, l’Unione Sovietica, la Cina di Mao Zedong e più in generale il mondo socialista della Guerra fredda). Al tempo stesso, però, accogliendo il rischio di esprimermi in termini che possano suonare retorici, ho sempre pensato che la letteratura conduca in territori di conoscenza a cui la geopolitica non può portare.
Quest’ultima può spiegare come l’esperimento socialista dello Yemen del Sud si inserisse negli equilibri della Guerra fredda, tra gli stretti rapporti con l’Unione Sovietica e altri paesi socialisti e le tensioni con potenze regionali e occidentali, ma non può restituire cosa il socialismo abbia rappresentato per i popoli arabi che vi hanno creduto. E uso il plurale non a caso: l’Aden socialista, come Zein racconta, è stato un sogno condiviso da iracheni, palestinesi, algerini e molti altri provenienti dagli angoli più diversi del mondo arabo. Non può rendere lo scarto doloroso e inaccettabile tra il sogno comunista e la consapevolezza che il socialismo fosse diventato un regime; non può spiegarci cosa abbia potuto spingere così tanti uomini e donne a credervi anche quando era ormai chiaro che il sogno era stato tradito, che non esisteva più, che ciò per cui avevano combattuto era divenuto qualcosa di cui loro stessi dovevano aver paura.
E non c’è bisogno di guardare al mondo arabo per cogliere la dimensione alla quale mi sto riferendo: quante volte perseguiamo sogni pieni di contraddizioni, fedi ideologiche profonde e talvolta irrazionali, animate dalla speranza in un mondo migliore o, anche, dalla rabbia e dall’odio. E quante volte continuiamo a vedere il mondo e il nostro futuro per come lo abbiamo immaginato anche quando abbiamo tutti gli elementi del caso per comprendere che, talvolta, non avevamo capito alcunché sin dall’inizio. È qualcosa che ci riguarda tutte e tutti.
In questo senso, mi sento di dire che la letteratura, rispetto alla mia preparazione in geopolitica, mi ha arricchita. E mi ha confermato come la geopolitica non soltanto non basti a comprendere la dimensione umana, ma possa talvolta persino portarci sulla strada sbagliata. Non è sempre solo una questione di “alleanze”, “blocchi comunisti o atlantici”, pressioni internazionali; è anche, e soprattutto, una questione umana. Come mi fu detto anni fa da un iracheno che intervistai per un progetto di ricerca in relazioni internazionali sui rapporti tra Iraq e Iran, “non siamo equazioni. Saddam ha invaso l’Iran e ne è nata una guerra sanguinosa che ha causato centinaia di migliaia di morti. Questo ha completamente allontanato iracheni e iraniani? No, non del tutto, ma non è vero nemmeno il contrario: la guerra ha senza dubbio avuto un impatto sulla nostra memoria collettiva e sui rapporti che abbiamo gli uni con gli altri”.
2. Quale legame vedi tra il contesto storico del romanzo e la situazione odierna dei paesi arabi?
Lo vedo anzitutto nelle interconnessioni fra i sogni, la speranza e la rabbia che attraversano il mondo arabo. Il genocidio dei palestinesi è una ferita per tanti uomini e donne in tutti i paesi arabi, ed è solo un esempio fra molti altri. Una delle cose che il romanzo racconta con particolare forza è proprio che i confini degli Stati non coincidono necessariamente con quelli delle esperienze politiche, delle aspirazioni e delle appartenenze: l’Aden socialista attirava persone provenienti da tutto il mondo arabo, che riconoscevano in quel progetto anche qualcosa di proprio. Anche oggi vedo una frattura fra le logiche degli Stati e ciò che si muove all’interno delle società. I governi di alcuni paesi arabi – le monarchie arabe del Golfo Persico, ad esempio – agiscono secondo interessi di sicurezza, commercio, stabilità e alleanze internazionali; per il popolo, invece, ciò che accade in Palestina è una ferita, un oltraggio, una ragione di rabbia e di resistenza che si esprime nelle modalità più diverse.
Un altro legame sta nel modo in cui conflitti locali finiscono per intrecciarsi con competizioni regionali e internazionali molto più ampie. Parlare semplicemente di “guerre per procura” può essere riduttivo, perché rischia di cancellare le storie e la capacità d’azione degli attori locali; resta però il fatto che popolazioni intere continuano a vivere dentro conflitti sui quali intervengono potenze che hanno interessi ben più vasti. Pensiamo allo Yemen di oggi, dove il riaccendersi del conflitto yemenita – tra gli Houthi e le forze legate al governo riconosciuto internazionalmente – si intreccia al conflitto tra Iran e Stati Uniti e Israele e alle dinamiche regionali del Mar Rosso.
È forse questo il legame più profondo che vedo con Frutta per i corvi: persone che inseguono progetti politici, sogni di emancipazione e appartenenze collettive, e che finiscono strette fra conflitti interni, ideologie e forze geopolitiche la cui scala le supera. La lista degli esempi possibili, purtroppo, è lunghissima.
3. Qual è stata la maggior sfida di traduzione del romanzo?
Forse la maggior sfida che ho incontrato, specie nelle primissime stesure, è stata gestire i numerosi slittamenti: il frequente cambio di focalizzazione – il punto di vista dei tanti personaggi e la narrazione che segue i loro pensieri e ricordi – si combina infatti con il frequente variare dei piani temporali. Frutta per i corvi passa, con estrema disinvoltura, dal presente della narrazione a memorie e visioni che riguardano il passato; e può farlo, anche all’interno della stessa sequenza, seguendo personaggi diversi.
La sfida è resa ancora più ardua dal fatto che, in arabo, l’uso dei tempi verbali differisce da quello italiano. La dimensione temporale si intreccia a quella aspettuale, che in arabo oppone morfologicamente perfettivo e imperfettivo: un’opposizione che l’italiano non codifica nello stesso modo. Il perfettivo presenta generalmente l’evento come compiuto e tende ad associarsi al passato; l’imperfettivo lo presenta invece come non compiuto, in corso, abituale o reiterato e tende ad associarsi al presente. Ma l’equivalenza non è affatto automatica: un imperfettivo può trovarsi in un contesto passato – per esprimere un’azione in corso o abituale, ad esempio –, così come un perfettivo può inserirsi in un contesto presente quando l’evento viene presentato come compiuto.
Se a questa complessità si aggiunge che, con disinvoltura, Zein passa da un personaggio all’altro, sono necessari espedienti traduttivi che rendano fluido questo intreccio. Tali slittamenti, infatti, non sono di per sé disorientanti, per lettrici e lettori arabi. E in traduzione è giusto che questa naturalezza emerga.
4. Come posizioneresti Frutta per i corvi all’interno della letteratura araba contemporanea?
Direi che Ahmed Zein è un autore che si colloca in una linea ormai consolidata della narrativa araba moderna e contemporanea, che ha fatto della memoria, della pluralità delle voci e della frammentazione temporale strumenti per raccontare la storia collettiva. Penso a un autore come Elias Khoury, tradotto in Italia da Elisabetta Bartuli, grande maestro nel far emergere la Storia, più che attraverso una ricostruzione lineare, tramite memorie individuali, cambi di focalizzazione e piani temporali che si sovrappongono.
In Frutta per i corvi, però, questa tradizione si combina con un impianto narrativo fortemente contemporaneo. Ci sono memorie personali che vengono raccontate mentre qualcuno tenta di metterle per iscritto; ci sono le rievocazioni di Nura, ma anche i pensieri e i ricordi di Salah e degli altri personaggi. La narrazione passa continuamente dalla memoria individuale a quella collettiva, dalla veglia al sogno e all’incubo, dal personaggio immaginario alla storia reale. La Storia non funziona quindi come semplice sfondo sul quale collocare le vicende private: entra nelle vite e nei corpi dei personaggi, e sono a loro volta quelle vite a permetterci di comprenderla.
Trovo poi particolarmente interessante la dimensione transnazionale del romanzo, che è al tempo stesso profondamente contemporanea e in continuità con una tradizione già ben presente nella narrativa araba del secondo Novecento. Il già citato Elias Khoury, con La porta del sole, attraverso vicende individuali che attraversano confini, esili e appartenenze diverse, costruisce la storia palestinese anche attraverso una geografia araba più ampia. In Frutta per i corvi, Zein riprende questa apertura transnazionale e la declina attraverso l’esperienza della sinistra araba e dell’Aden socialista: la città non è soltanto uno spazio yemenita, ma un crocevia di militanti, esuli, intellettuali e rivoluzionari provenienti da paesi diversi, legati da un medesimo immaginario politico.
E forse è proprio qui che collocherei maggiormente Frutta per i corvi: fra quei romanzi arabi contemporanei che tornano sulle grandi utopie politiche del Novecento dopo il loro fallimento, senza però ridurle né alla nostalgia né alla condanna retrospettiva. Zein tiene insieme l’utopia e il regime, la speranza e la violenza, l’internazionalismo e il riemergere delle appartenenze locali. Non racconta soltanto il fallimento di un progetto politico: prova a capire che cosa resta, nelle persone, di un sogno quando la realtà lo ha ormai contraddetto.




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