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Intervista a Roberto Giangrande, autore di “Incompiuto”

Intervista a Roberto Giangrande, autore di “Incompiuto”

Floriana Soranna intervista Roberto Giangrande, autore di Incompiuto (postfazione di Roberto Ferrucci).

     

Come è nata l’idea di fotografare le opere incompiute italiane? C’è stato un evento o un’esperienza particolare che ti ha ispirato?
Il progetto è nato dalla mia esperienza fotografica in Francia. Più lavoravo su progetti architettonici e urbanistici all’estero, più mi rendevo conto della differenza eclatante tra l’Italia e la Francia riguardo la gestione del territorio e delle sue risorse. La distanza dal mio paese mi ha permesso di capire che le incompiute, che avevo sempre considerato parte integrante del paesaggio italiano, rappresentano un problema esclusivamente italiano e sono un simbolo tangibile di una visione distorta di bene comune. Da questa consapevolezza è scaturito il mio interesse per il fenomeno dell’incompiuto. Approfondendo, ho scoperto che si trattava di un vero e proprio sistema di appropriazione indebita di fondi pubblici, talvolta provenienti dalla comunità europea, e ho pensato che c’era spazio per un documentario fotografico. 

Nel libro parli di un “altrove” che non si visita. Come hai scelto i luoghi da includere nel progetto? È stata una ricerca pianificata o una scoperta spontanea?
È stata una scelta basata su diversi aspetti, pianificata in seguito a una lunga operazione di catalogazione. In primo luogo mi sono servito di google maps per individuare e fare un “sopralluogo virtuale” di questi luoghi. In seguito ho selezionato quelle da fotografare tenendo conto del loro valore simbolico, economico, visuale nonché della possibilità di accedervi.

Le fotografie trasmettono una sensazione di assenza e sospensione. Qual è stata la tua strategia fotografica per restituire questa atmosfera?
Ho scelto delle inquadrature e ho lavorato i colori con l’intento di de-spettacolarizzare le foto. Il mio proposito era quello di creare fotografie in cui lo spettatore potesse immergersi in una sorta di contemplazione, soffermando lo sguardo. In tal senso, ho tentato di evitare elementi di disturbo, dettagli troppo intensi o dirompenti, che rischiassero di colpire lo spettatore in modo eccessivamente brusco o aggressivo. In sintesi, questa atmosfera di sospensione rispecchia una scelta estetica finalizzata a suscitare una riflessione più ponderata sull’opera incompiuta.

Molte delle tue immagini sono avvolte da una luce “diafana e sbiadita”. È stata una scelta stilistica consapevole o nata per caso? Come hai lavorato con la luce per ottenere questi effetti?
Come dicevo la luce, intesa come elemento naturale e trattamento dei colori in post produzione, è stata un aspetto fondamentale nel mio lavoro. Trovare un’omogeneità cromatica è stato un lavoro molto lungo e impegnativo. La scelta di fondo nella fase di scatto è stata quella di scattare senza aspettare la “luce migliore”, la luce a effetto. A meno che le condizioni meteorologiche non lo permettessero, ogni scatto è stato realizzato con la luce che trovavo. L’importante è stato trovare la giusta inquadratura, accettando la luce presente in quel momento. Alcune foto sono infatti state scattate in controluce.

Come hai bilanciato il valore documentaristico delle foto con la loro componente artistica?
In realtà non ho preso in considerazione la componente artistica. Ho solo cercato di documentare un fenomeno servendomi di alcune tecniche fotografiche. La finalità non è stata quella di creare qualcosa di artisticamente valido bensì di produrre un documentario fotografico con la speranza di sollevare un problema e alimentare un dibattito.

C’è una fotografia o un luogo che per te racchiude meglio il senso di tutto il progetto? Perché?
Si tratta di una foto che non è stata inclusa nella selezione finale del libro. Era l’inizio del mio lavoro: stavo fotografando il centro delle finanze a Scandicci quando, avvicinandomi a una casa di fronte a quella mastodontica incompiuta, sono stato avvicinato dalla padrona di casa, incuriosita dalla mia presenza. Questa anziana signora ha iniziato a raccontarmi i suoi ricordi sull’inizio dei lavori, mostrandomi il piccolo orto di fronte casa, ormai ridotto a pochi metri, dove un tempo si estendeva un vasto campo di asparagi che coltivava personalmente. Poi mi ha invitato a entrare per farmi vedere le crepe nelle pareti, lasciate dalle trivellazioni per i pali di fondazione. È stato in quel momento che ho realizzato come l’Incompiuto non fosse solo un simbolo della gestione mafiosa dei cantieri pubblici e privati, ma rappresentasse soprattutto un sopruso inaccettabile nei confronti dei cittadini.

Hai incontrato difficoltà nell’accesso a questi luoghi?
Raramente. Direi che su tutti i circa cento luoghi che ho fotografato, forse cinque hanno rappresentato un problema a causa di recinzioni o dei servizi di sorveglianza. In tutti i casi sono riuscito a trovare un modo per infilarmi nel cantiere… Un paio di volte ho rischiato di finire in commissariato… 

Lo stesso libro, con la sua sovraccoperta che richiama i cantieri, è un omaggio all’incompiutezza. Cosa significa per te questo concetto? Pensi che ci sia una bellezza nell’incompiuto?
Credo che per molti esista una bellezza nell’Incompiuto, una sorta di “poesia” data dalla sua sospensione nel tempo e nello spazio, nella sua assenza di uno scopo. È possibile avere questo sentimento se non si conosce il problema, se si ignora la gravità del fenomeno. Per quanto mi riguarda non ho mai trovato della bellezza nell’incompiuto ma una forma di repulsione, di mostruosità che non può che suscitare indignazione. Con le mie immagini non ho assolutamente inteso conferire una bellezza o rivalutare l’incompiuto dal punto di vista estetico o formale.

Quale messaggio vorresti che il lettore portasse con sé dopo aver sfogliato il tuo libro?
Mi piacerebbe che, sfogliando il libro, le immagini suscitino nel lettore un interrogativo che lo spinga a riaprirlo una seconda volta, poi una terza e così via… alla ricerca di una risposta. Che di certo non ho la pretesa di dare.

 

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